Da una parte si “appesta” un lebbroso; si impone agli esclusi la tattica delle discipline individualizzanti; e dall’altra l’universalità dei controlli disciplinari permette di individuare chi è “lebbroso” e di far giocare contro di lui i meccanismi dualistici dell’esclusione. La divisione costante fra normale e anormale, cui ogni individuo è sottoposto, riconduce fino a noi, e applicandoli a tutt’altri soggetti, il marchio binario e l’esilio del lebbroso.
(Sorvegliare e punire, Michel Foucault, 1976)
A metà settembre, invece che recarmi a curiosare fra i nuovi corsi dell’UNI, mi sono alzato di buon’ora e mi sono avviato verso Canobbio. Un boscaiolo mi ha indicato un sentiero che però è subito svanito nel nulla, così ho perso per il bosco e ho tagliato verso valle. Un po’ sudato e con le scarpe infangate sono infine arrivato ai piedi della Stampa; un imponente e tetro blocco di cemento e sbarre; il penitenziario cantonale.
Appena entrato ho sentito a palle di essere finito in un angolo dimenticato dal mondo. Un luogo che non dovrebbe esistere perché vi si concentrano le logiche peggiori della nostra società. Ad accogliermi tre guardie che mi hanno preso in consegna come farebbe un postino con un pacchetto qualunque, con la differenza che io ho orecchie ed emozioni: mi imbestialiva essere nelle mani di questa gente, ne sentivo il chiacchiericcio qualunquista, sapevo che avevano accettato quel mestiere che io non riesco nemmeno a concepire perché faceva loro comodo e d’istinto mi veniva da ribattere ai loro ordini scortesi. Dopo un’oretta passata in una delle squallide celle di attesa, le uniche decorazioni le bestemmie vergate da altri malcapitati, mi hanno comunicato che hanno deciso che in fondo ero quasi un bravo ragazzo, ovvero ero svizzero da abbastanza generazioni, mi ero presentato pseudo-volontariamente al carcere ed il mio piscio era privo di sostanze cosiddette illegali. Così mi hanno trasferito allo Stampino, la cosiddetta sezione aperta: chiacchiere, scacchi, letture, caffé e sigarette. Una vacanza noiosa se non fosse per le guardie e per i racconti degli altri detenuti che alimentano costantemente la rabbia..
Ma non per tutti l’ingresso alla Stampa fila altrettanto liscio. A., un ragazzo olandese, stupenda persona e Viaggiatore dell’Universo, mi ha raccontato che sono venuti a prenderlo a notte inoltrata. L’unica notte in cui aveva sostato in uno stramaledetto ostello.. Il giorno seguente aveva già pianificato che sarebbe saltato su un treno per risalire fino alle sue Terre Natali, e invece si è trovato rinchiuso in cella di rigore alla Farera. Cioè quattro muri, letto, cesso e un’ora d’aria al giorno; per tre giorni; poi è stato condannato ad un mese per non aver pagato mille carte di multa. Ovviamente non ha mai visto l’ombra di un avvocato, perché in carcere se non lotti per ogni tua piccola necessità vieni dimenticato. Tecnicamente viene chiamato stato sociale; perché si fa carico del nostro benessere, ad esempio impedendoci di lasciarci morire di fame.. Figuriamoci, nemmeno le sigarette ti regalano se non hai la fortuna di venire arrestato con addosso un po’ di soldi.. Ad ogni modo A. l’italiano lo masticava poco, così non si è subito reso conto di essere finito in un carcere del terzo mondo. E poi era troppo tardi.
Scriveva inoltre un detenuto condannato negli anni ’70 a scontare alla Stampa una lunga pena per rapina (1). Devi accettare tutto quello che ti dicono e che ti fanno, fare buon viso a cattivo gioco. Ribellarsi in qualche modo è un lusso. Fare di tutto per ottenere ciò a cui hai diritto può avere un senso solo se accetti di farlo come, dove, quando vogliono loro. [..] Basta chiedere o fare una cosa nel momento sbagliato e quello che ottieni è l’esatto opposto di quello che hai chiesto e a volte è la cella di rigore. In fondo scopri che non hai diritto quasi a niente, che quello che ti danno te lo danno perché sei stato “buono” e in ogni caso te lo possono togliere il giorno dopo. (1)
E scrive Billy nel 2010: le autorità [..] non hanno nulla che possono offrirmi a beneficio o garantirmi a diritto che mi possa soddisfare realmente, men che meno la loro idea di libertà fatta di tanti “se” e mille “ma”, strettamente sorvegliata e costantemente minacciata e ricattata. La libertà per cui lottiamo, probabilmente, loro nemmeno la sanno concepire e, sicuramente non può accettare le loro frontiere, le loro prigioni ed i loro sporchi affari.
Insomma, ieri come oggi è sempre la stessa maledetta storia.
D. invece si era preso una condanna di un anno per aver sgraffignato un paio di computer dalla ditta dove lavorava. Avendo rubato per potersi permettere la droga, il giudice aveva accettato di commutargli la pena a un anno e mezzo di lavoro in comunità. Ma dopo tredici mesi di lavoro notturno, a causa di un litigio con il suo capo e malgrado fosse riuscito a disintossicarsi e addirittura a trovare una borsa di studio per finanziarsi un apprendistato, il giudice gli ha rubato il futuro condannandolo a scontare un secondo intero anno alla Stampa.
Sempre dal racconto del rapinatore degli anni ’70. E’ ora di dare il vero nome a questa “riabilitazione”. Tutto quello che cercano di fare qui è convincere la gente che la sola via per vivere in pace è la disciplina, l’accettazione passiva delle regole e dei principi che ti vengono “proposti”. [..] Ma sono pazzi!! [..] Una società basata sull’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna non raccoglierà mai pace. [..] E’ questo il parto naturale di questa società che non riconosce i propri figli “cattivi” e li nasconde nelle prigioni. Ma dentro o fuori, la gabbia è la stessa. La fanno più dorata affinché la si accetti in fondo come il male minore.
Io in prigione ci sono entrato un sacco prevenuto ma curioso. Sono uscito dopo quattro giorni frustrato per aver sfiorato da vicino la potenza e l’ingiustizia del sistema giudiziario e penale, e ricolmo di rabbia che non ero riuscito ad incanalare da nessuna parte. Al solo pensare a chi in quei posti ci passa settimane, mesi o anni mi vengono i brividi..
(1) Libro bianco sul penitenziario cantonale “La Stampa”, Collettivo carceri ticino, ed. Soccorso Rosso Antifascista, 1976.
Commenti recenti