
chalet, Les Diablerets

microfolds, Les Diablerets

nontiscordardime

inseguendo la dolomia, Firnenalpli

Bündnerschiefer, Furnenberg

ometti nella tempesta, passo del S.Bernardino

chalet, Les Diablerets

microfolds, Les Diablerets

nontiscordardime

inseguendo la dolomia, Firnenalpli

Bündnerschiefer, Furnenberg

ometti nella tempesta, passo del S.Bernardino

fabbrica dello Spinirolo – monte S.Giorgio
a inizio novecento vi veniva distillato il saurolo – un unguento dalle proprietà terapeutiche simile all’ittiolo – ora l’Azienda Elettrica Ticinese punta in alto e progetta una raffineria di petrolio..

aglio orsino in fiore – Cantinetta
ricordando le scorpacciate di pesto all’aglio orsino: 3 manciate aglio orsino (o 1 più 1 di prezzemolo e 1 di basilico), 2 dl olio, 3 spicchi aglio, 1 c sale, 3 C pinoli (ma anche le mandorle rendono), 50 g parmigiano

fresh – Monte S.Giorgio

goutte de pluie – un parc de Lausanne

ruggine, cave di Arzo

Aneliti di delizia – dicembre 2010
Caffè nero, un cielo di cenere
Sara tira le tende sintetiche

Lacero – gennaio 2011
Sirene lontane, le grida smorzate
nel vento il boato del sangue versato

Cappa di Gelo – marzo 2011
La neve che scende in un coma profondo
un’altra ferita, un’altra ferita…
Belfast brucia negli occhi di Sara (Kalashnikov collective)
Da una parte si “appesta” un lebbroso; si impone agli esclusi la tattica delle discipline individualizzanti; e dall’altra l’universalità dei controlli disciplinari permette di individuare chi è “lebbroso” e di far giocare contro di lui i meccanismi dualistici dell’esclusione. La divisione costante fra normale e anormale, cui ogni individuo è sottoposto, riconduce fino a noi, e applicandoli a tutt’altri soggetti, il marchio binario e l’esilio del lebbroso.
(Sorvegliare e punire, Michel Foucault, 1976)
A metà settembre, invece che recarmi a curiosare fra i nuovi corsi dell’UNI, mi sono alzato di buon’ora e mi sono avviato verso Canobbio. Un boscaiolo mi ha indicato un sentiero che però è subito svanito nel nulla, così ho perso per il bosco e ho tagliato verso valle. Un po’ sudato e con le scarpe infangate sono infine arrivato ai piedi della Stampa; un imponente e tetro blocco di cemento e sbarre; il penitenziario cantonale.
Appena entrato ho sentito a palle di essere finito in un angolo dimenticato dal mondo. Un luogo che non dovrebbe esistere perché vi si concentrano le logiche peggiori della nostra società. Ad accogliermi tre guardie che mi hanno preso in consegna come farebbe un postino con un pacchetto qualunque, con la differenza che io ho orecchie ed emozioni: mi imbestialiva essere nelle mani di questa gente, ne sentivo il chiacchiericcio qualunquista, sapevo che avevano accettato quel mestiere che io non riesco nemmeno a concepire perché faceva loro comodo e d’istinto mi veniva da ribattere ai loro ordini scortesi. Dopo un’oretta passata in una delle squallide celle di attesa, le uniche decorazioni le bestemmie vergate da altri malcapitati, mi hanno comunicato che hanno deciso che in fondo ero quasi un bravo ragazzo, ovvero ero svizzero da abbastanza generazioni, mi ero presentato pseudo-volontariamente al carcere ed il mio piscio era privo di sostanze cosiddette illegali. Così mi hanno trasferito allo Stampino, la cosiddetta sezione aperta: chiacchiere, scacchi, letture, caffé e sigarette. Una vacanza noiosa se non fosse per le guardie e per i racconti degli altri detenuti che alimentano costantemente la rabbia..
Ma non per tutti l’ingresso alla Stampa fila altrettanto liscio. A., un ragazzo olandese, stupenda persona e Viaggiatore dell’Universo, mi ha raccontato che sono venuti a prenderlo a notte inoltrata. L’unica notte in cui aveva sostato in uno stramaledetto ostello.. Il giorno seguente aveva già pianificato che sarebbe saltato su un treno per risalire fino alle sue Terre Natali, e invece si è trovato rinchiuso in cella di rigore alla Farera. Cioè quattro muri, letto, cesso e un’ora d’aria al giorno; per tre giorni; poi è stato condannato ad un mese per non aver pagato mille carte di multa. Ovviamente non ha mai visto l’ombra di un avvocato, perché in carcere se non lotti per ogni tua piccola necessità vieni dimenticato. Tecnicamente viene chiamato stato sociale; perché si fa carico del nostro benessere, ad esempio impedendoci di lasciarci morire di fame.. Figuriamoci, nemmeno le sigarette ti regalano se non hai la fortuna di venire arrestato con addosso un po’ di soldi.. Ad ogni modo A. l’italiano lo masticava poco, così non si è subito reso conto di essere finito in un carcere del terzo mondo. E poi era troppo tardi.
Scriveva inoltre un detenuto condannato negli anni ’70 a scontare alla Stampa una lunga pena per rapina (1). Devi accettare tutto quello che ti dicono e che ti fanno, fare buon viso a cattivo gioco. Ribellarsi in qualche modo è un lusso. Fare di tutto per ottenere ciò a cui hai diritto può avere un senso solo se accetti di farlo come, dove, quando vogliono loro. [..] Basta chiedere o fare una cosa nel momento sbagliato e quello che ottieni è l’esatto opposto di quello che hai chiesto e a volte è la cella di rigore. In fondo scopri che non hai diritto quasi a niente, che quello che ti danno te lo danno perché sei stato “buono” e in ogni caso te lo possono togliere il giorno dopo. (1)
E scrive Billy nel 2010: le autorità [..] non hanno nulla che possono offrirmi a beneficio o garantirmi a diritto che mi possa soddisfare realmente, men che meno la loro idea di libertà fatta di tanti “se” e mille “ma”, strettamente sorvegliata e costantemente minacciata e ricattata. La libertà per cui lottiamo, probabilmente, loro nemmeno la sanno concepire e, sicuramente non può accettare le loro frontiere, le loro prigioni ed i loro sporchi affari.
Insomma, ieri come oggi è sempre la stessa maledetta storia.
D. invece si era preso una condanna di un anno per aver sgraffignato un paio di computer dalla ditta dove lavorava. Avendo rubato per potersi permettere la droga, il giudice aveva accettato di commutargli la pena a un anno e mezzo di lavoro in comunità. Ma dopo tredici mesi di lavoro notturno, a causa di un litigio con il suo capo e malgrado fosse riuscito a disintossicarsi e addirittura a trovare una borsa di studio per finanziarsi un apprendistato, il giudice gli ha rubato il futuro condannandolo a scontare un secondo intero anno alla Stampa.
Sempre dal racconto del rapinatore degli anni ’70. E’ ora di dare il vero nome a questa “riabilitazione”. Tutto quello che cercano di fare qui è convincere la gente che la sola via per vivere in pace è la disciplina, l’accettazione passiva delle regole e dei principi che ti vengono “proposti”. [..] Ma sono pazzi!! [..] Una società basata sull’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna non raccoglierà mai pace. [..] E’ questo il parto naturale di questa società che non riconosce i propri figli “cattivi” e li nasconde nelle prigioni. Ma dentro o fuori, la gabbia è la stessa. La fanno più dorata affinché la si accetti in fondo come il male minore.
Io in prigione ci sono entrato un sacco prevenuto ma curioso. Sono uscito dopo quattro giorni frustrato per aver sfiorato da vicino la potenza e l’ingiustizia del sistema giudiziario e penale, e ricolmo di rabbia che non ero riuscito ad incanalare da nessuna parte. Al solo pensare a chi in quei posti ci passa settimane, mesi o anni mi vengono i brividi..
(1) Libro bianco sul penitenziario cantonale “La Stampa”, Collettivo carceri ticino, ed. Soccorso Rosso Antifascista, 1976.
della reflex digitale mi resta oramai solamente il ricordo. e l’astuccio, visto che non lo usavo mai.. in attesa dei soldi per ricomprarne una, negli scorsi mesi ho riesumato la vecchia reflex analogica anni ’80 del mio babbo, e dopo averla rotta e poi riaggiustata ho iniziato a portarmela in giro. i ‘sori di visiva del liceo sono stati super gentili e mi hanno prestato l’atrezzatura per sviluppare. così dopo un giro per i cantieri a recuperare materiale mi sono costruito una vera camera oscura nel bel mezzo del bagno. nei primi negativi sviluppati sono evidenti i segni dell’inesperienza, e le prime stampe più che a fotografie somigliano a dagherrotipi ottocenteschi, ma pian piano inizio a migliorare e ci sto pure prendendo gusto :)

ingranditore

isolazione

bw 01

bw 02
la testa stanca, le palpebre mi si chiudono – è mattina – malgrado l’aria sia fresca ho la bocca asciutta. all’orizzonte le colline sembrano leggermente sfuocate, forse solo per le ore di sonno perse. il cielo è un acquarello di grigi, ma sul Sasso Gordona si sta aprendo un promettente squarcio celeste.
inforco la moto e salgo verso l’alpe, i border collie mi precedono azzuffandosi e tagliandomi in continuazione la strada. non faccio in tempo a ricolmare l’abbeveratoio che un tuono secco rimbomba nella valle e dà inizio a una leggera pioggerella. i cani mi guardano un po’ perplessi. ricambio. ci ripariamo sotto la cascina del Zago e appena arrivano le vacche le spingo sul sentiero per il pascolo, poi ridiscendo un po’ insicuro il sentiero lastricato reso sdrucciolevole dall’acqua.
quando arrivo alla stalla una splendida nube nerastra – chissà da dove sarà spuntata – sorvola la collina e di colpo si fa notte. tre detonazioni all’unisono danno inizio all’Apocalisse. una bestemmia a denti stretti e manco a dirlo lo scroscio cresce ancora di intensità. sul cortile le grosse gocce sollevano tanti piccoli sprazzi, le rogge si gonfiano, gli scoli si intasano. che sperpero d’acqua dopo un mese di siccità!! nel frattempo a solo poche centinaia di passi cadono fulmini assordanti; oramai i cani si sono rintanati nel fienile da un pezzo e io mi sono finalmente svegliato del tutto – eppure vedo improbabili saette esplodere prima in lampi rossi e poi nei consueti flash biancastri. ma magari è solo una pattuglia di sbirri disorientata che tenta di ritornare alla centrale. cazzi loro comunque, perché ormai l’aia è un rimbalzare di chicchi di grandine, che se non fosse per i brividi che mi scendono giù per il collo mi sparerei una granatina al sambuco..
Le proiezioni inizieranno alle 21.30 ca. e in caso di cattivo tempo si terranno nella sala "Ex Bagni". Di seguito il programma:
Lu 26: Il mio amico Eric (Ken Loach, 2009)
Me 28: Goal (Danny Cannon, 2005)
Ve 30: Jimmy Grimble (John Hay, 1999)
Ligornetto, 18 maggio
presagendo il rischio di rimanere stregato da Amaicha ho continuato il viaggio: Tucumán; una sosta a Córdoba e infine diaciannove ore su un treno sgangherato attraverso la sconfinata pampa argentina fino a Retiro, Ciudad de Buenos Aires.
Bueno Saire e’ puro caos. i quartieri di vecchi palazzi si susseguono all’infinito. le strade sono intasate di traffico rumoroso, attraversare un’avenida puo’ costare caro. apro un giornale, una sfilza di intrighi incomprensibili. mi imbatto in una manifestazione, sembra una pagliacciata. per le strade la gente corre fredda ma con i nervi a fior di pelle. non ci capisco un cazzo. ricordo pero’ di incontri con personaggi interessanti. lo stregone africano che mentre mi insegnava i colpi base del full-contact mi raccontava delle sue manipolazioni commerciali in un’impresa svizzera. o la venditrice di libri di Palermo, bulgara mi pare, con cui ho finito per chiacchierare una mattinata intera. o l’antropologa biologica che narrava delle sue disavventure con la polizia colombiana durante autopsie di civili assassinati. e tante tante altre persone, i cui racconti si sovrappongono ai mille racconti ascoltati durante il viaggio. la testa e’ un caotico frullare di pensieri, forse ho assorbito troppe storie, troppe immagini, troppe vite.
I don’t know just where I’m going
but I’m gonna try for the kingdom, if I can
’cause it makes me feel like I’m a man
when I put a spike into my vein
and I’ll tell ya, things aren’t quite the same
when I’m rushing on my run
and I feel just like Jesus’ son
and I guess that I just don’t know
[..]
I wish that I was born a thousand years ago
I wish that I’d sail the darkened seas
on a great big clipper ship
going from this land here to that
in a sailor’s suit and cap
away from the big city
where a man can not be free
of all of the evils of this town
and of himself, and those around
oh, and I guess that I just don’t know
(Heroin, The Velvet Underground)
Cochabamba, 19 aprile
rinviando a malincuore la visita di Cordoba a un ipotetico futuro ho deciso di andare direttamente a Salta, dove ho avuto modo di apprezzare l’ottimo asado di Orlando, un ex collega di lavoro; l’impenetabilita’ delle fitte e intricate foreste dei dintorni; le stupende ragazze, frutto di mille incroci fra popoli indigeni e stranieri. in seguito ho affrontato il lungo viaggio verso Cochabamba. di notte fino al termine della terra argentina, all’alba in coda alla frontiera con la Bolivia, poi per interminabili ore su una strada sterrata infernale che impedeva qualsiasi attivita’ che non fosse il monologo fino a Tupiza e di nuovo, attraverso lo sconfinato altopiano boliviano fino a Oruro, dove sono giunto a notte fonda battendo i denti. la terminal era gia’ chiusa e mi ha salvato un gentile portiere di una pensione che mi ha concesso di buttarmi su un divano fino al mattino.
dopo un giro nel mercato sono finalmente arrivato a Cocha, dove sono stato ospitato assieme a Giovanni, geologo alla Bicocca, da Giacomo e Francesca, due volontari ticinesi. le serate le passavamo spesso assieme ai vicini di casa, casualmente volontari pure loro. diversa la vita di citta’ in Bolivia rispetto a Cile e Argentina: fra intricati mercati e mezzi pubblici caotici riuscivo sempre a perdermi via, rimediando poi con lunghi giri a piedi, che mi permettevano perlomeno di familiarzzarmi con i luoghi.
gia’ nei giorni antecedenti la fiera internazionale dell’acqua, la piazza principale brulicava di attivita’: dibattiti, pannelli di contro-informazione, bancarelle di libri autoprodotti, ecc. l’inizio della ricorrenza e’ stato celebrato con un lungo corteo. molto bello: coreografie dipinte da artisti-attivisti statunitensi, piccoli e grandi spezzoni con associazioni di quartiere e sindacati, nemmeno l’ombra di un poliziotto, un gruppetto di ragazze boliviane in abiti tradizionali che armate di spray riempivano tranquillamente i muri di scritte.
durante i primi due giorni della fiera, tramite conferenze e dibattiti, sono state presentati episodi di lotta per l’acqua in America Latina; sono stati paragonati sistemi di gestione dell’acqua privati, pubblici e comunitari; e tanto altro ancora che non ho avuto modo di seguire. per quanto riguarda Cochabamba, a dieci anni dalla mitizzata vittoria della guerra [1 | 2], conclusasi si con il ritorno della gestione in mani pubbliche, i quartieri settentrionali della citta’ sono tuttavia ancora privi di allacciamento alla rete idrica. gli abitanti si sono pero’ organizzati in varie piccole associazioni di quartiere, molte delle quali sono riuscite a portare a termine progetti autonomi per la distribuzione dell’acqua, mediante pozzi locali o importando acqua con camion-cisterna. alcune hanno addirittura implementato sistemi indipendenti di purificazione dell’acqua.
la feria si e’ conclusa con una due-giorni in cui imprese pubbliche e private, ONG e associazioni di quartiere hanno esposto i propri progetti in gazebo sparsi per tutto il campo del Complejo Fabril. impossibile non notare l’energia e la determinazione delle persone che curavano i pannelli piu’ umili.
Cochabamba, 25 aprile
ero in Cile quando ho avuto notizia della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico, organizzata dal governo boliviano ed aperta ad ONG, associazioni indigene, attivisti, scienziati, sociologi, giornalisti, ecc. a Copenhagen le manifestazioni mi hanno assorbito tutto il tempo e le energie, e cosi’ purtroppo non sono riuscito a seguire gli interessanti dibattiti che si sono tenuti al Klimaforum. un po’ ingenuamente, ero quindi un sacco su di giri all’idea di una conferenza internazionale dichiarata orizzontale; gia’ mi immaginavo l’imbarazzo dei burocrati dell’ONU alla pubblicazione di profonde analisi critiche della nostra societa’ per mano di un’assemmblea di persone provenienti da ambiti cosi’ variegati. ma con il passare delle giornate, malgrado la presenza di tante persone estremamente interessanti e di diverse conferenze di ottimo livello, ho dovuto disilludermi.
l’evento si e’ tenuto nel rigoglioso campus dell’Univalle, un’universita’ privata dalla retta piuttosto cara.. i viali erano fiancheggiati da tanti stands, fra cui spiccavano per maestosita’ quelli del governo boliviano, ivi compresi Ministero della Difesa, Ministero delle Miniere, Accademia Militare ed Esercito.. come se non bastasse, le sale, le stradine e l’ingresso pullulavano di poliziotti e soldati; non si capiva bene se in servizio o in libera uscita.. spaventosi soprattutto gli sbirri che pattugliavano i dintorni su grosse motociclette impugnando fucili a pompa.
sono state organizzate 17 tavole rotonde, in ognuna delle quali si discuteva un tema specifico con l’obiettivo di stilare un documento finale che godesse del consenso diffuso del gruppo di lavoro. dopo aver ascoltato troppi interventi a sbalzo mi sono scoraggiato e ho rinunciato a seguire i lavori. molti dei documenti presentati l’ultimo giorno si sono poi effettivamente rivelati confusi e dai contenuti piuttosto superficiali. il documento finale, dalla retorica assai simile ai discorsi che Evo ha tenuto negli ultimi anni, e’ un riassunto molto ben scritto ma secondo me troppo grossolano dei 17 documenti.
al di fuori del perimetro della conferenza era inoltre presente una 18a tavola rotonda. gli organizzatori ne ha negato il riconoscimento ufficiale, perche’ vi venivano discussi gli impatti ambientali e umani di progetti minerari e civili intrapresi recentemente proprio in Bolivia con il beneplacito del governo. il documento finale della Mesa 18 e’ l’unico che mette in evidenza una contraddizione di fondo dello Stato boliviano, che si dichiara rispettoso delle popolazioni indigene denunciando il capitalismo come causa dei cambiamenti climatici, mentre autorizza diverse multinazionali a intraprendere nuovi progetti petroliferi e minerari con devastanti impatti per l’ambiente e soprattutto per la popolazione locale.
in generale mi e’ sembrato che tanta gente mancesse un po’ di autocritica. emblematico il contrasto fra l’entusiasmo unanime alla votazione mondiale per abolire il sistema capitalistico e consumistico, e la massa che tracannava coca-cola lasciandosi dietro una scia di riufiuti plasticosi…
Amaicha del Valle, 6 maggio
domenica ho lasciato Cocha con destinazione Tupiza. Giacomo e Giovanni mi hanno ammaliato con le loro descrizioni di pazzeschi torrioni scolpiti in banchi verticali di conglomerati. ma stavolta, per viaggiare tranquillo e al calduccio ho optato per il treno. entrando poi nuovamente in Argentina mi sono fermato a Tilcara, paesello nel bel mezzo della larga valle tettonica di Huamahuaca. posti spettacolari, con fortezze preincaiche, rocce dai colori e dalle forme irreali.
sono quindi proseguito per Salta, per poi arrampicarmi sulla secca Sierra Pampeana fino a raggiungere Cachi, paesello arroccato ai piedi del Nevado di Cachi, all’inizio del lungo sistema di valli del Calchaquíes. li’ ho incontrato Santiago e Ariel, due elementi rari di Rosario. con la loro auto ci siamo messi in viaggio seguendo la larga vallata verso sud. ma la famigerata routa 40 era messa peggio che in Patagonia, cosi’ abbiamo impiegato sei ore per percorrere i miseri centoventi chilometri che ci separavano da Cafayate mentre l’odiosa cumbia infestava ogni radio aumentando ulteriormente il tedio pomeridiano.. a Cafayate campeggio quasi selvaggio perche’ il camping municipale era abbandonato. solo dopo aver fatto pulizia e aver acceso le caldaie e’ comparso il custode, con i postumi di un primo maggio all’insegna del gaudio..
sono quindi disceso nuovamente verso sud nella grande valle del Calchaquíes fino a raggiungere Amaicha del Valle,no dei posti piu’ belli in cui sono incappato. e’ un villaggio costruito sul lieve declivio della Sierra del Aconquija; i paesani salutano sempre, anche ai forestieri; e grazie a una rete di canali lavorano la fertile ma arida terra, distribuita in concessioni agli agricoltori secondo la tradizione comunitaria. gente umile ma ostinata a non farsi spazzare via facilmente; solo pochi anni fa hanno riconquistato le rovine preincaiche di Quilmes, che erano state ripetutamente saccheggiate da illustri personaggi argentini. fra l’altro l’intera vallata, benche’ distante un centinaio di chilometri, risente pesantemente della miniera Alumbrera, di proprieta’ della multinazionale svizzera Xstrata, che continua a consumare enormi quantita’ di acqua in una regione prevalentemente arida.
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